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20 febb. 2010: Celebrazioni Rosminiane
20 febbraio 2010 “Festa della Cella”

 

Settimana Rosminiana 2010
20 febbraio: “Festa della Cella”

 Il 20 febbraio 1828, quell'anno mercoledì delle ceneri, il Beato Antonio Rosmini giungeva al Sacro Monte Calvario di Domodossola, dove intendeva comprensere meglio e dare inizio a ciò che Dio voleva da lui. In quella quaresima scrisse le “Costituzioni dell'Istituto della Carità” e avviò quell'esperienza religiosa che divenne l'Istituto della Carità dei Padri Rosminiani e  successivamente le “Suore della Provvidenza Rosminiane”.
Il 20 febbraio è quindi divenuta una data cara ed occasione per Padri, Suore, Ascritti e Amici per ritrovarsi insieme con diverse inziative e celebrazioni nei giorni intorno a questa ricorrenza per ringraziare il Signore per il dono che ci ha fatto.
 
Quest'anno la tematica scelta è:
 
 
L’arte dell’educazione
«Educarsi ed educare»
La proposta vuole privilegiare prevalentemente la dimensione spirituale e pastorale dell’educazione, non escludendo però tutti gli altri aspetti, per i quali rimandiamo alla recente ripubblicazione del volume degli Scritti Pedagogici del Padre Fondatore. Suggeriamo ancora di privilegiare le celebrazioni in loco coinvolgendo quanto più possibile la Chiesa locale.
 
«Non è che l’uomo non voglia fare, quanto piuttosto che non sa come fare… Non è difficile rilevare che la differenza tra lo spirito della Educazione cristiana da quella della Educazione mondana sta in questo: la Religione domanda una Educazione intera e il senno dei mondani s’accontenta di una Educazione smozzicata e imperfetta …».
Beato Antonio Rosmini, Sull’unità dell’educazione
 
Dalla Parola di Dio
«Egli lo trovò in una terra deserta,
in una landa di ululati solitari.
Lo educò, ne ebbe cura, lo allevò,
lo custodì come la pupilla del suo occhio.
Come un’aquila che veglia la sua nidiata,
che vola sopra i suoi nati,
egli spiegò le ali e lo prese,
lo sollevò sulle sue ali.
Il Signore, lui solo lo ha guidato,
non c’era con lui alcun dio straniero».
Deuteronomio 32,10-12
«La conoscenza dei comandamenti del Signore
è educazione alla vita,
chi fa ciò che gli è gradito
raccoglie i frutti dell’albero dell’immortalità.
Ogni sapienza è timore del Signore
e in ogni sapienza c’è la pratica della legge
e la conoscenza della sua onnipotenza.
Dall’aspetto si conosce l’uomo
e chi è assennato da come si presenta.
Il vestito di un uomo, la bocca sorridente
e la sua andatura rivelano quello che è».
Siracide 19,19-20; 29-30.
 
Dalla Lettera di Benedetto XVI alla Diocesi e alla Città di Roma sul compito urgente dell’educazione (21/01/2008)
 
«… Nell’educazione … è responsabile chi sa rispondere a se stesso e agli altri. Chi crede cerca inoltre, e anzitutto, di rispondere a Dio che lo ha amato per primo …
La responsabilità è in primo luogo personale, ma c’è anche una responsabilità che condividiamo insieme, come cittadini di una stessa città e di una nazione, come membri della famiglia umana e, se siamo credenti, come figli di un unico Dio e membri della Chiesa.
Di fatto le idee, gli stili di vita, le leggi, gli orientamenti complessivi della società in cui viviamo, e l’immagine che essa dà di se stessa attraverso i mezzi di comunicazione, esercitano un grande influsso sulla formazione delle nuove generazioni, per il bene ma spesso anche per il male.
La società però non è un’astrazione; alla fine siamo noi stessi, tutti insieme, con gli orientamenti, le regole e i rappresentanti che ci diamo, sebbene siano diversi i ruoli e le responsabilità di ciascuno.
C’è bisogno dunque del contributo di ognuno di noi, di ogni persona, famiglia o gruppo sociale, perché la società, … diventi un ambiente più favorevole all’educazione».
 
Dalla Lettera sopra il cristiano insegnamento del Beato Antonio Rosmini a Don Giovanni Stefani del 15 ottobre 1821
 
«… ancor prima di indagare, quale modello, la stessa faccia della perfetta educazione, è cosa certa, che il maestro cristiano non deve né può avere esemplare diverso da quello che ha catechizzato tutta la terra, Gesù Cristo, mandato, come egli stesso annunzia, ad evangelizzare i “piccoli”, cioè ad educare i poveri di scienza e a consolare i poveri di beni veri col dono di quelli eterni. Egli, il cui sangue, dice l’Apostolo, parla meglio di quello di Abele, possedeva veramente le parole della vita eterna, insegnava con autorità, esprimeva principi più stabili del cielo e della terra. Come lui, non si udì mai parlare alcun uomo al mondo. Egli scaldava il cuore con i suoi detti e lo rendeva ardente nel petto; le sue parole apparivano divine, il suo parlare tutto spirito e vita. Insomma - e chi oggi non lo sa? - egli stesso era il Verbo, la parola di Dio, il Maestro per essenza, la luce dei mondo …
Ma una cosa è necessaria, senza la quale non solo è arduo, ma impossibile il venirne a capo. Sapete quale? Un cuore cristiano, un animo pieno di carità forte, persuaso intimamente delle verità evangeliche, formato, nell’assiduità della preghiera e della meditazione, all’intelligenza delle cose divine. Questo conosceva bene e raccomandava quel grande san Carlo Borromeo, che in sé aveva tutto lo spirito della Santa Chiesa …
Io … comprendevo … quanto più valesse la viva persuasione della verità, la grazia di Dio, lo zelo della sua santa parola, del nudo studio, dell'erudizione e del parlare pittoresco. Queste qualità esprimono parole fredde come ghiaccio, e non possono infiammare di carità nessun cuore; invece quelle ferventi mettono ogni cosa in incendio … non dovete credere che io non apprezzi nel predicare l’arte e il senno naturale. Anche queste cose giovano, fornendo sia le ragioni da dire, sia i valori, sia i lumi di cui vestirle, ma ciò non supplisce niente affatto alla mancanza del fervore interiore, e d’un alto sentimento dei principi che si desiderano inculcare. L’ufficio proprio dell’arte naturale è quello di fornire materie ed ingegni, che la carità poi lavora ed usa a modo suo, dando loro, dirò così (per esprimermi con un termine scolastico), la forma che li eleva a mezzi spirituali. Poiché la grazia non distrugge la natura, anzi la perfeziona; perciò lungi dall’escluderla la suppone, nel modo stesso che la forma suppone la materia …
Ma tutto è sterile nella Chiesa là dove non è accompagnato dalla parola: i riti e le preghiere sono movimenti e gesti vani, quasi scene e spettacoli senza senso, se la parola del sacro dottore non li rende intelligibili ed utili al popolo. Questa parola, che deve accompagnare tutto nella Chiesa, è la vita delle funzioni e delle solennità sacre e senz’essa non sono vive, ma morte. Ora questa necessità di spiegare quanto la Chiesa dispone a onor di Dio, non si potrebbe prendere per regola nell’ordine delle materie da esporsi al popolo nei catechismi? …
Ciò non di meno, … non converrà mai che … ci si metta dei ceppi e dei legami tali, da non saper indirizzare il discorso a quanto è più vantaggioso al tempo».


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