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Interventi all'Assemblea

Relazione del dott. Angelo Montonati

Il ruolo dei laici nell’evangelizzazione della cultura

Non si può affrontare un tema del genere senza rifarsi prima di tutto a ciò che ha detto al riguardo il Vaticano II. Allo scopo di «ordinare il mondo intero a Cristo», la Apostolicam Actuositatem ci ricorda che «la chiesa esercita l’apostolato mediante tutti i suoi membri, naturalmente in modi diversi». E i fedeli laici «con animo generoso si dedicano totalmente ad estendere il regno di Dio e ad informare e perfezionare con spirito cristiano l’ordine delle realtà temporali».

E poiché parliamo di cultura, occorre avere le idee chiare sul significato del termine: è dentro la storia che si realizza la salvezza; è nella storia che l’uomo incontra Dio e incontra l’uomo con le sue ansie e potenzialità, i suoi problemi e le sue aspirazioni; la storia dunque è il luogo in cui si annuncia e si testimonia la fede, e in cui si semina il Vangelo. E allora la cultura -anzi le culture - sono per noi l’insieme di pensiero, di costumi, di tradizioni, di scelte etiche nella vita dell’uomo, un insieme di conoscenze e di saggezza che occorre conoscere per innestarvi il Vangelo, per dialogare con esse in modo costruttivo e senza pregiudizi.

Parlo di culture perché non ci troviamo soltanto di fronte ad un patrimonio intellettuale e materiale comune a tanti, ma anche ad un qualcosa soggetto a trasformazioni con ritmo variabile, che viene recepito da ogni singola persona in modo diverso e con ritmi diversi. E dunque affrontare la cultura, le culture,qualsiasi cultura, è guardare negli occhi con intelligenza e responsabilità ogni uomo. «È evidente», nota acutamente il sociologo piemontese don Giuseppe Pollano, «che a compiere tale impresa non sono sufficienti gli intellettuali, sebbene possano risultare necessari; sono i cristiani, in quanto uomini e donne agenti in umile sinergia con lo spirito di Gesù Cristo, i protagonisti dell’opera».

Ma qui dobbiamo prendere atto di una situazione attuale a dir poco drammatica. Lo sottolineava già Paolo VI affermando nel 1975 (Evangelii Nuntiandi) che «la rottura tra Vangelo e cultura è senza dubbio il dramma della nostra epoca. […]. Occorre quindi fare tutti gli sforzi in vista di una generosa evangelizzazione della cultura, più esattamente delle culture». Su questa linea si colloca anche l’attuale Pontefice che vede nella sintesi tra fede e vita, tra fede e cultura, un problema della stessa fede e una sfida per il XXI secolo per tutta la Chiesa. Nel 1982 Giovanni Paolo II ha scritto, in una lettera autografa al Pontificio Consiglio della Cultura: «Quello della cultura è un campo vitale, nel quale si gioca il destino della Chiesa e del mondo in questo scorcio del XX secolo […] Una fede che non diventa cultura è una fede non pienamente accolta, non interamente pensata, non fedelmente vissuta». Sono molteplici le cause di questa rottura tra fede e cultura moderna. Occorre rifarci al ricco fermento antropologico, filosofico, scientifico, politico ,economico e sociale iniziato con il Rinascimento e sviluppatosi in modo particolare nei secoli XIX e XX. La definizione dell’uomo e della società si elabora progressivamente senza il bisogno di alcun riferimento alla fede, anzi con l’aperta ostilità nei confronti di un’eredità del passato impregnata di religiosità (pensiamo alla rivoluzione francese con l’instaurazione del culto della Dea Ragione, e alla persecuzione anticattolica scatenatasi successivamente; in seguito, all’ondata di anticlericalismo massonico che ha caratterizzato una fase del nostro Risorgimento).

Già nella Apostolicam Actuositatem c’è la percezione netta della situazione attuale: «Siccome in questo nostro tempo sorgono nuovi problemi e si diffondono gravissimi errori che cercano di distruggere dalle fondamenta la religione, l’ordine morale e la stessa società umana, questo Sacro Concilio esorta vivamente i laici perché, secondo le doti di ingegno e la dottrina di ciascuno, seguendo il pensiero della Chiesa, adempiano con più diligenza la parte loro spettante nell’enucleare, difendere e rettamente applicare i principi cristiani ai problemi attuali». Ciò che si diceva nel novembre 1965 è più che mai attuale oggi. Basta scorrere i giornali di questi anni per scorgervi la fotografia di un mondo sempre più disumano, dove la tecnica e l’efficienza la vincono sulla capacità creativa dell’uomo; dove violenza, abusi sui minori e sfruttamento dei più deboli prevalgono sulla dignità della persona umana in nome del consumismo, dell’edonismo, dell’immediato. Qualcuno potrebbe chiedersi se in un simile quadro sia possibile inserire la cultura cristiana: invece, oggi più che mai è il Vangelo l’unica proposta capace di ridare dignità alla persona umana, di lottare per una determinata visione della vita.

Allora, dopo la diagnosi e il ruolo, eccoci ai campi e ai modi di intervento dei laici per l’evangelizzazione della cultura.

Si è detto e ripetuto che oggi viviamo in una “cultura di morte”: l’aborto da delitto si è trasformato in diritto civile, la vita viene rifiutata fin dalle origini mediante la contraccezione, mentre si vuole arrivare all’eutanasia e le manipolazioni genetiche accentuano la “codificazione” del concetto di persona. C’è tutta una strategia che le forze del male hanno attuato e stanno portando avanti con ricchezza di mezzi.

Cito al riguardo una significativa esperienza personale. Jeròme Lejeune - lo scienziato francese di fama internazionale che scoprì il gene del mongolismo e sulla cui tomba il Papa si fermò a pregare a Parigi in occasione della Giornata mondiale della Gioventù - nel 1976, durante un convegno internazionale tenutosi a Los Angeles sui metodi naturali di controllo delle nascite, mi disse che era in atto a livello mondiale una strategia mirante a distruggere la famiglia e i suoi valori: «Hanno cominciato – mi disse – dal divorzio e dalla contraccezione; poi toccherà all’aborto [che infatti sarebbe diventato legge nel 1978]; quindi faranno una campagna a favore dell’omosessualità e delle coppie di fatto; infine sarà la volta dell’eutanasia, per non dire delle manipolazioni genetiche che sono già segretamente in atto, e della massiccia liberalizzazione e diffusione della pornografia» . Se guardo quegli appunti, constato che si è avverato tutto. Allora, lo ammetto, stentavo a credergli: quando io obiettai che l’aborto in Italia difficilmente sarebbe passato (lo speravamo in tanti, e qualcuno aveva anche convinto di questo lo stesso papa Paolo VI), Lejeune scosse la testa aggiungendo: «Non si faccia illusioni, passerà, perché i nemici della fede sanno sfruttare al massimo i mass media per convincere e “lavare il cervello”, come hanno fatto due anni fa [nel 1974, ndr] con il referendum sul divorzio. E se l’aborto diventerà legge, non ci sarà referendum che tenga: se si farà perderete anche quello».

E siamo ad uno dei campi in cui i laici possono giocare un ruolo importante. Cosa possono fare per favorire la cultura della vita? Innanzitutto mobilitare le coscienze con una giusta informazione. Faccio un esempio. Ho avuto modo di conoscere bene due straordinari testimoni laici, i coniugi australiani John e Lyn Billings, entrambi medici, che hanno dedicato la vita, rinunciando ad una carriera di prestigio che avrebbe fruttato loro ricchezza e fama, a propagandare per il mondo quel metodo naturale di regolazione della fertilità che va appunto sotto il nome di “Metodo Billings”, la cui validità è stata riconosciuta anche a livello scientifico: sono in possesso di un rapporto dell’Organizzazione Mondiale della Sanità in cui si conferma che il metodo, se rettamente usato, ha un indice di fallibilità addirittura inferiore alla pillola e ai contraccettivi meccanici.

Ma questo sulla grande stampa non lo troverete mai, dal momento che quello degli anticoncezionali, dopo quello delle armi, è il secondo business mondiale, secondo un rapporto presentato al senato USA. Madre Teresa di Calcutta, che non mancava mai ai convegni internazionale organizzati dai Billings,ha codificato nella regola delle Missionarie della Carità che ciascuna religiosa è obbligata ad insegnare il metodo naturale a tutte le donne in età fertile con cui entra in contatto. In Italia esiste ormai una rete capillare di questi centri gestiti da laici che fanno un gran bene. Tra l’altro, i Billings sono stati assunti da un governo comunista, quello cinese, trascorrono tre mesi all’anno in Cina, ospiti della locale Accademia della Scienze, dove hanno potuto mettere in piedi già centinaia di centri per l’apprendimento e l’applicazione dei metodi naturali riscuotendo enorme successo anche tra i medici (lì non c’è la propaganda delle multinazionali). Il governo di Pechino - ateo e comunista - ha scelto il metodo Billings come alternativa all’aborto.

Ho accennato di proposito all’informazione perché lo sviluppo che hanno avuto i mass-media in questi ultimi decenni fa sì che essi stessi siano da considerare una cultura: sono talmente importanti che la Chiesa raccomanda che la pastorale dei media deve toccare trasversalmente tutti gli altri piani pastorali, da quello della famiglia a quello delle missioni, da quello caritativo a quello giovanile e studentesco, ecc. Il laico può fare moltissimo in questo campo e lo dico per esperienza personale diretta: sono giornalista professionista dal 1959 e ho scelto di impegnarmi, dopo esperienze in quotidiani laici, prima nella Radio Vaticana,poi nei periodici paolini (Famiglia Cristiana e Jesus) perché ritengo si possa fare vera cultura popolare e vera evangelizzazione.

Purtroppo, la pastorale dei media è ancora la “cenerentola” in gran parte della Chiesa italiana. Sono stati elaborati alcuni documenti davvero splendidi, ma scarsamente conosciuti e ancor più scarsamente applicati. Ad esempio, per quanto riguarda la diffusione della stampa cattolica, il decreto Inter Mirifica, il primo approvato dall’assemblea conciliare del Vaticano II, afferma chiaramente: «Innanzitutto si incrementi la stampa onesta. Alfine poi di formare i lettori ad un genuino spirito cristiano, si promuova e si sostenga una stampa specificamente cattolica … Vengano infine richiamati i fedeli sulla necessità di leggere e diffondere la stampa cattolica, al fine di poter giudicare cristianamente ogni avvenimento» (n. 14). Nella Communio et Progressio, pubblicata nel 1971, si torna in maniera più forte sull’argomento con queste parole: «Ai fedeli viene rivolta una pressante esortazione a leggere regolarmente la stampa di ispirazione cattolica … non solo per conoscere le notizie di attualità sulla Chiesa, ma per formarsi una mentalità cristiana leggendone i commenti. Si devono infine promuovere organizzazioni che s’impegnino a realizzare queste particolari forme di apostolato» (n. 162).

Don Alberione – ne parlo perché è stato recentemente beatificato e ho avuto la fortuna di conoscerlo – fondò per questo non soltanto la San Paolo e le Figlie di San Paolo. Ma anche i Cooperatori Paolini,che nelle parrocchie svolgevano e svolgono un ruolo importante di apostolato laicale. Questi pressanti inviti della Chiesa si spiegano con il crescente influsso che i mezzi di comunicazioni di massa hanno sul modo di pensare della gente. Nel 1990, nella enciclica Redemptoris Missio, il Papa afferma: «I mezzi di comunicazione sociale hanno raggiunto una tale importanza da essere per molti il principale strumento informativo e formativo, di guida e di ispirazione per i comportamenti individuali, familiari e sociali [...]. L’evangelizzazione della cultura moderna dipende in gran parte dal loro influsso» (n. 37).

Questa identica frase è stata trasportata di peso nella Aetatis Novae (1992), a conferma della sua importanza. Vi risparmio gli altri documenti nei quali si insiste ripetutamente su questo tema cruciale. Ma anche qui i laici possono fare molto. Innanzitutto nell’ambito della famiglia, imparando ad esempio a vedere criticamente la televisione; e nella parrocchia, invitando i fedeli a leggere la nostra stampa che è davvero alternativa. Tra l’altro, entro il 2003 sarà diffuso il nuovo “Direttorio” della CEI sui mass-media, che dovrebbe scuotere notevolmente l’apatia che ancora c’è in gran parte della Chiesa italiana su quella che è invece da considerare “la” priorità pastorale.

Un altro esempio clamoroso al riguardo ci è venuto in occasione della guerra dell’Iraq. Giovanni Paolo II per circa due mesi su L’Osservatore Romano, con titoli a caratteri cubitali quali di solito si usano per le morte di un Pontefice, ha fatto di tutto per scongiurare questa guerra, da lui definita “un crimine”, “una follia”, una “ingiustizia”, “una catastrofe”. Bush non soltanto non l’ha ascoltato, ma ha reagito quasi con dispetto a questa posizione. E bisogna dire che anche tanti cattolici hanno preferito schierarsi dalla sua parte, tanto che in quei giorni nei commenti di tanti benpensanti emergeva che 1 unico a non aver capito niente di questa guerra era proprio il Papa. Purtroppo, più passa il tempo e più si capisce che aveva ragione lui: le armi di distruzione di massa non sono state trovate (e del resto l’unico paese che finora le ha davvero usate è l’America, che in 30 secondi con le prime due bombe atomiche fece 250 mila morti, senza quelli morti dopo di cancro per le conseguenze, per non dire delle bombe al fosforo che in Vietnam ebbero gli effetti che sappiamo). La stampa non ha informato sui danni che undici anni e mezzo di embargo e di bombardamenti anglo-americani hanno causato in Iraq: un rapporto dell’UNICEF presentato in TV da padre Benjamin,un ex funzionario ONU fattosi poi sacerdote, ci ha rivelato che oltre 500 mila bambini sono morti a causa di questi bombardamenti nello scorso decennio. Ma la grande stampa non ha dato risalto a queste cifre, se se ne parla si rischia di passare per anti-americani (è il caso di Famiglia Cristiana che, per aver lanciato in prima pagina lo slogan “o col Papa o con Bush”, ha visto qualche centinaio di lettori disdire l’abbonamento!!! E questo è davvero un caso limite. Poi ci sono stati i ripensamenti, ma intanto …).

Recentemente, durante un convegno nazionale dei Cooperatori Paolini – laici impegnati nell’apostolato della buona stampa - svoltosi ad Ariccia, il confondatore della Comunità di S. Egidio, Mario Marazziti, ha parlato delle 32 guerre che ci sono nel mondo e delle quali quasi nessuno parla, ma che nello scorso decennio hanno provocato oltre 5 milioni di morti, 6 milioni di feriti e 50 milioni di profughi. Sempre Marazziti ha dimostrato, cifre alla mano, che gran parte (circa l’80%) dei clandestini che entrano in Europa provengono da zone di guerra. Di più: lo stesso oratore ci ha detto che, poiché negli USA l’86% degli americani guardano solo la TV e solo il 14% legge i giornali, le parole del Papa contro la guerra sono state censurate, pochi le hanno lette sulla stampa tanto che la gente era convinta che il Papa fosse d’accord o con Bush sulla guerra. Con la TV ci fanno vedere quello che interessa ai centri di potere economico, politico, ecc. Nella famiglia,nella scuola, sui posti di lavoro, nell’attività professionale e nella politica si aprono mille occasioni quotidiane per testimoniare la propria fede e per influire sulla cultura dominante. Per fortuna non sono mancati e non mancano laici coraggiosi che sanno testimoniare con coraggio. Ho avuto la fortuna di conoscerne alcuni: il prof. Enrico Medi (scienziato di fama internazionale, che proveniva dalla famosa scuola di via Panisperna a Roma, dove era allievo di Enrico Fermi; fu l’inventore del radar, ma non fu creduto e gli americani svilupparono poi la sua ricerca con risultati straordinari); il prof. Giuseppe Lazzati, rettore dell’Università Cattolica del Sacro Cuore; Giorgio La Pira, sindaco di Firenze, Jean Guitton, di cui era nota l’amicizia con Paolo VI.

Del prof. Medi, Radio Maria ha diffuso ripetutamente le cassette con le sue conferenze e vanno ancora a ruba i suoi libri. Da scienziato apprezzatissimo qual era, non mancava mai di manifestare le sue convinzioni religiose, dimostrando come scienza e fede possono benissimo coesistere e armonizzarsi. Nel 1955, durante una conferenza internazionale a Ginevra sugli usi pacifici dell’energia atomica, invitato dal Presidente a prendere la parola a conclusione dei lavori, non si vergogna di inserire un pensiero a Dio, affermando tra l’altro: «È opportuno far rilevare che si sale dalle cose visibili a quelle invisibili, essendo questa la strada predisposta per la creatura umana da Colui che è l’Autore delle invisibili e delle visibili. Quando si è perduto il senso delle vie più elevate è necessario il cammino dalle basi di partenza». Le cronache dicono che il breve discorso (tre minuti in tutto) riscosse vivissimi applausi dai partecipanti.

Ma dovrei, parlando di Medi, accennare anche al suo straordinario impegno missionario: fu tra i fondatori della “Lega Missionaria Studenti” quando frequentava il liceo all’Istituto Massimo di Roma; poi diede una convinta e massiccia collaborazione a padre Riccardo Lombardi quando nacque il “Movimento per un Mondo Migliore”; come militante dell’Azione Cattolica girò l’Italia per tenere conferenze, incontri, corsi di studio, spendendosi proprio per quella evangelizzazione della cultura alla quale si era votato.

Ho conosciuto Giuseppe Lazzati; bisognerebbe ricordare il contributo che diede alla formazione culturale dei cattolici, con particolare attenzione alla politica, lui che era anche stato eletto alla Costituente, ma nel 1955 si dimise da deputato perché non era uomo da scendere a compromessi con la propria coscienza, come purtroppo certi sedicenti cattolici facevano (un anno prima, si era dimesso dalla Direzione nazionale della DC anche Giuseppe Dossetti «perché – disse testualmente – si è data ai ladri facoltà di rubare a man salva»). Il suo libro Pensare politicamente è ancora oggi di grande interesse, se pensiamo che si stanno moltiplicando nelle diocesi italiane quelle scuole di educazione politica che presero il via a Milano per iniziativa del card. Martini.

Lazzati scrisse anche pagine stupende sulla spiritualità della professione, sostenendo che il fedele laico raggiunge la propria pienezza di sviluppo (santità), cui è chiamato come ogni battezzato, conducendo a pienezza di sviluppo le realtà terrene che egli tratta con il suo operare professionale per compiere l’opera creativa e redentiva. Egli insiste ripetutamente su tale operare citando Pietro Crisologo. secondo il quale il fedele laico è nel mondo «vicario di Dio nell’opera di creazione». Scriveva ancora Lazzati: «Operaio, contadino, magistrato, professore, avvocato, medico, studente, sindacalista, industriale e chiunque tu sia insomma, bada: … sarai un perfetto contadino, un perfetto professore, un perfetto medico, un perfetto professionista e via dicendo se e in quanto avrai compiuto la legge fondamentale del tuo essere: sii quello che devi essere. Se questo non è, il tuo apostolato non sarà efficace».

Egli intravede tre campi in cui occorre intervenire con un’efficace opera di mediazione culturale: quello del pensiero, quello della morale e quello della politica. Quello del pensiero: si tratta di inculturare il Vangelo negli ambienti degli uomini che “pensano in un certo modo”; l’ateismo teorico e pratico (oggi si vive come se Dio non esistesse) è un pezzo di mondo da salvare; così come il relativismo etico imperante e come il terreno della politica.

Ma su un altro piano mi viene in mente un altro laico che ha a suo modo efficacemente evangelizzato la cultura: l’industriale Marcello Candia il quale, da ricco che era, ha dedicato la sua vita al servizio dei lebbrosi e dei poveri, facendo brillare con la sua scelta di carità la luce del Vangelo nel terreno della cultura dominante, dove i soldi, il successo e la ricerca egoistica del piacere sembrano contare più di tutto. Gli esempi si potrebbero moltiplicare; penso per esempio ad un giornalista e scrittore come Vittorio Messori, che con i suoi articoli e soprattutto con i suoi libri (tradotti e conosciuti ormai nelle principali lingue del mondo) contribuisce al processo di evangelizzazione della cultura. Si potrebbe continuare. Ma da questi rapidi flash si intuisce quali possibilità si aprano ai laici desiderosi di vivere in pieno la loro vocazione. Io appartengo a un’Associazione che si propone di evangelizzare attraverso i mass-media, i Cooperatori Paolini, fondati dal beato Alberione nel 1914: seguendo il suo carisma,ci sforziamo di “parlare di tutto cristianamente”, come lui amava ripetere, e ci impegniamo attivamente nella diffusione della buona stampa. Ma ci sono tante altre associazioni o movimenti - quasi sempre legati ad una congregazione religiosa - che operano sulla linea del carisma dei fondatori. Insomma, per concludere, di possibilità se ne offrono tante, lo spazio non manca, i modelli non mancano. Il resto è un problema di buona volontà.



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